Bruno Filippi
Scritti postumi
I Grandi Iconoclasti nel Pensiero e nell’Azione
“Pietra di fionda, pietra di saggezza, distruttore di stelle, tu ti sei lanciato in
alto. Ma ogni pietra lanciata ripiomba a terra! Eccoti dannato da te stesso
alla tua propria lapidazione. Tu hai lanciato la tua pietra molto lontano, ma
essa ripiombò su di te.
Così parlo Zarathustra”.
A Milano, la sera del 7 settembre 1919, verso le ore 21, mentre la Galleria
Vittorio Emanuele, il Caffè Biffi e tutti gli altri ritrovi rigurgitavano
oscenamente della solita “gente onesta” composta da puttane d’alto rango,
ruffiani e simili pesci-canaglia, un giovane dimessamente vestito saliva le
scale del palazzo ove ha sede il “Club del Nobili” recando un involto.
Improvvisamente una spaventevole esplosione getta lo scompiglio e il
terrore fra i tremebondi eroi dell’ “andate e noi vi riformeremo”. Una
bomba – l’involuto che il giovane dimessamente vestito portava con sé –
era incidentalmente esplosa “prima del tempo” riducendo in branelli colui
che la portava e che veniva poi identificato per l’anarchico diciannovenne
Bruno Filippi.
Noi che lo avemmo come collaboratore assiduo e lo amammo come
compagno, inviamo a Colui che ha gettato “gli atomi della propria vita nella
ridda urlante della fiamma” il nostro reverente saluto.
Da Iconoclasta!
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Versione digitale dell’opera (di dominio pubblico):
“Bruno Filippi – Scritti postumi”, editi a cura della rivista Iconoclasta
(Pistoia, 1920), sotto il titolo “I grandi iconoclasti”.
Opera tratta da Liber Liber, da cui è possibile leggere la biografia
dell’autore e scaricare le sue opere.
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La presente pubblicazione comprende la ristampa integrale degli “Scritti
postumi di Bruno Filippi” editi a cura della rivista Iconoclasta (Pistoia,
1920), sotto il titolo “I grandi iconoclasti”, un “profilo spirituale a modo di
prefazione” scritto da Carlo M. ed un prefazione aggiunta da “I
Compilatori” alle “Lettere dal Carcere” di Bruno Filippi ai propri genitori.
Non sappiamo se gli autori di queste prefazioni nutriranno ancora le stesse
opinioni che a tale proposito dichiararono di professare in quell’epoca e n
quella occasione, ma nel caso contrario, - cosa che non ci auguriamo –
facciano nostre quelle idee e quelle opinioni, perché tali erano per noi a
quel tempo, e tali sono rimaste, senza tema di essere tacciati di
“appropriazione indebita” per velleità polemica….
Se è vero che all’indomani del “gesto improduttivo” compiuto dal nostro
indimenticabile compagno, tanto giovane di anni, ma già anziano e
maturato dall’esperienza della cruda realtà, la stampa “onesta” ricoprì di
calunnie e di fango quella Grande Anima inquieta e insofferente di tutte le
brutture della guerra appena conclusa e di quelle di cui già se ne tesseva la
trama in uno di quegli ambienti ove si verificò quell’azione, che se pure
rimasta “incompiuta” fu un indice sicuro dei focolai di incubazione del
cancro fascista che preventivamente sarebbe stato necessario estirpare alle
radici, e senza pietà, anche nel campo anarchico vi furono voci “cospicue”
troppo cristianeggianti che deprecarono quel “gesto” come manifestazione
di un folle traviato dalla lettura di libri “mal digeriti”. Del resto son quegli
stessi che avevano già prima condannato la violenza individuale come
“incivile e vergognosa”.
Sicuro: quando “il buon senso” e “la logica” prevalgono, tutto si
comprende….
Ed ancor oggi, forse più ieri, si giudica il “caso” Filippi a quella stessa
stregua. Ci si è detto di recente che il “fatto” individuale è antisociale e
“controproducente” perché non ha alcune effetto “costruttivo” per la massa
in generale e nel caso specifico, Filippi fu per queste loro considerazioni un
“fuorviato”. Forse possono avere anche ragione. Infatti pure per noi, sono
“fuorviati” tutti coloro che, partecipi della immensa e informe massa umana
che incede lentamente, senza volontà, sospinta per forza d’inerzia sulla
grande strada piatta ed infinita della Storia della “Plebe”, sotto il cielo
plumbeo ed opprimente dell’abulia che nasconde un orizzonte
irraggiungibile e senza speranza, riescono a svincolarsi da quell’orrenda
“Camicia di Nesso” che tutti attosca, e violata la “sacra” barriera marginale,
costruita e cementata dalla legge, dalla morale, dal conformismo e da tutti
gli artifici che tengono incatenato “l’individuo” sullo scoglio
dell’obbedienza, s’inerpicano su balze e dirupi per raggiungere le alture ove
l’aria è purissima ed il Sole della Libertà vi risplende con i suoi raggi di
luce e di fuoco pur rischiando di rimanere inceneriti in un sublime amplesso
di liberazione.
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Profilo spirituale (a modo di
prefazione)
Quando siamo convinti che lo scudiscio
non può più nulla contro la nostra ostinatezza,
non lo temiamo più: noi abbiamo oltrepassato
l’età della sferza.
La nostra volontà ostinata, la nostra audacia,
si ergono, più potenti di essa, dietro le verghe”.
Così l’UNICO di Stirner
Bruno Filippi fu! Non aveva ancora vent’anni quando cadde fatto a
brandelli dalla sua idea.
Figlio della rivolta, atomo dell’eterna violenza anarchica, è passato nella
vita come una folgore. Un grido ed uno spasimo di dolore: si è arso su di un
rogo per illuminare d’un tragico bagliore tutta l’iniquità di un mondo che
detestava.
Chi conosceva Bruno Filippi? Ognuno che lo ha avvicinato può aver la
pretesa di svelare il mistero della sua anima tormentata dai brividi e dalle
fiamme di un’idea.
Ma il istero resta; lo sguardo dell’indagatore non ha potuto sfondare il
riparo che celava le profondità di quell’anima.
Ed io che lo conobbi appena adolescente, che lo vidi crescere giorno per
giorno, che lo studiai, che ascoltai i suoi pensieri più turbinosi, non riesco a
fare l’analisi del suo sentimento.
Poiché la sua vita venne dall’ignoto e sparve nell’ignoto!
* * *
È la psicologia d’un anarchico. Psicologia strana per gli uomini normali.
Lapidatemi pure, o credenti nel divenire libertario, ma io affermo che ogni
anarchico è un anormale.
Tutto ciò che è passionale trascende dal senso comune. I passionali
dell’amore come i passionali dell’arte. Gli anarchici sono i passionali della
giustizia e della libertà. L’uomo normale è edonista: cerca il bene
immediato. L’operaio che si organizza e sciopera cerca ed ottiene un
benessere che la classe borghese vorrebbe contendergli, il politicante che
strepita nei comizi e sulle piazze cerca ed ottiene la soddisfazione del suo
amor proprio: diventa segretario, consigliere deputato.
Ma l’anarchico? È atteso dal carcere, dalla disoccupazione, dalla fame. La
sua vita no è che un tessuto di tormenti e di vicende dolorose. Nessun alloro
gli corona la fronte, nessuna vittoria gli sorride. Getta un grido: gli risponde
il gelo delle manette; urla una protesta: viene trascinato davanti a un
tribunale, seppellito in un carcere.
La sua famiglia si sfascia: la miseria dopo la pena, gli abiti a sbrendoli, la
persecuzione senza quartiere.
E pure lotta e non recede. Passa altero fra lo scherno altrui, nel dolore che è
l’unica realtà della sua vita.
E tutto per niente!
O credenti nel divenire anarchico, uomini di passione e di fede che soffrite
per la vostra idea, ditemi: quale guadagno avete avuto dall’apostolato che vi
siete imposti? Quale gloria? Quale vittoria avete ottenuto?
Nulla! Ecco perché, rispetto ai più, noi anarchici siamo anormali. La nostra
idea è parte della nostra vita, è il sangue del quale non potremo liberarci se
non con la morte; è passione.
Come l’innamorato spasima e soffre per il suo ideale incarnato in una
fanciulla, così noi anarchici si spasima e si soffre per un’aspirazione
teorizzata in un’utopia.
Ecco la psicologia di Bruno Filippi; venne al mondo portando con sé la sua
maledizione, e la sua vita non fu che spasimo passionale. Era un precoce e
appena adolescente sentì le prime minacce della sferza.
Guardava nel mondo con occhio attonito perché sentiva che tutto gli era
ostile. Cercava la libertà nella vita selvaggia e la civiltà gli negava il sole e
la foresta. Cercava la dignità di un lavoro umano e la società gli offriva la
schiavitù di un lavoro bestiale.
La vita in lui era esuberanza ed energia.
Il suo imperativo categorico era agire.
Detestava l’attesa perché in lui tutto era folgore. Ateo, non credeva nelle
folle. Le sapeva prone sotto lo scudiscio della legge e sapeva pure che era
vano il tentare di rialzarle. Soffriva per sé, per la sua libertà che non poteva
essere, per il suo vivere che non poteva affermarsi. A quindici anni la legge
penale gli fu sopra con una condanna. Egli sorrise: quella condanna fu il
principio della fine. La società credeva di avere impaurito un sognatore ed
invece aveva creato un ribelle. Lo si elencò allora nei registri sociali con
l’aggettivo “pericoloso”, e le autorità agirono di conseguenza.
Ma egli aveva imparato da Ibsen la dottrina della difesa assolute di sé
stesso, da Schopenauer la fatalità del dolore umano. Così divenne stoico. La
mrte non era che volontà di vivere annientata; l’oltre tomba non poteva
essere che il nulla, dissolvente la materia.
Fece suo il motto di Gaetano Bresci: “Quando la vita è impropria è meglio
la morte”.
E andò verso la morte, serenamente.
Così doveva essere, e così fu. L’epilogo della vita di un anarchico è una
tragedia o un abisso di dolore.
Si scompare fatti a brani dall’odio compresso nella dinamite, si muore di
tisi su un letto di un ospedale, esauriti in fondo ad un carcere, sfiniti sul
marciapiede d’una via, tremanti di freddo fra le pareti squallide d’un
tugurio, affamati sull’orlo di un fossato….
E tutto per un sogno che non sarà mai!
* * *
Arte libera di uno spirito libero
Falange di tisici cronici più moralmente che fisicamente, microcefali, zoppi,
gobbi, ciechi, visi orrendi, scolpiti dal vizio, dalla sifilide, dall’alcool.
Bocche sdentate, gialle, bavose, a che vomitate contro me orrendi
improperi?
Tutto l’odio che vi gorgoglia nella strozza, che vi fa colare due rivoletti di
bava agli angoli della bocca, non si smuove dalla mia indifferenza.
Scuotete per le pugna avvezze a rivoltar letame! E voi donne insultatemi
pure, voi nel cui grembo si perpetua il dolore umano.
SIETE TUTTI VILI, VILI!
Esseri spregevoli, degni della frusta!
Rettili striscianti in cerca di uno sporco tozzo di pane, cani che leccate la
mano di chi vi batte! Ed è per voi, proprio per voi che dovrei insorgere?
Per voi, per i vostri figli e le vostre madri?
Carogne imputridite nella rassegnazione, mummie tarlate di una società in
decadenza, voi vi ingannate. Io non darò la più piccola goccia di sangue per
la vostra causa, non sacrificherò neanche una sigaretta per voi.
Continuate nella vostra discesa nel fango. Man mano che voi scenderete, io
salirò.
Io godrò nel vedere la degenerazione che si fa strada entro voi, godo,
godo….
Giorno per giorno la fronte vi diviene sfuggente, la bocca patibolare.
Giorno per giorno le stimmate della putrefazione avanzata si scorgono sotto
la pelle giallastra.
E io rido, rido!
Che gioia assistere allo sfacelo di un mondo, vedere dovunque sangue,
cadaveri, putredine!
Mentre borghesia e popolo s’ingannano a vicenda e a vicenda si sgozzano.
Io assisto esilarato per tutto questo affannarsi senza scopo.
Là un Kaiser, qui un Wilson ecc…., e dappertutto popoli che si lamentano e
non insorgono.
Nel fango, rettili!
Io non voglio unirmi alla coorte dei cortigiani del proletariato, che essi
scusano, incensano, ornano di lauri. No, o egregi parolai, la vostra verve
non maschera nulla. Il popolo è sempre lì, idiota, vigliacco, rassegnato. Ed
io che mi sento superiore, voglio esserlo, e la mia sarà una superiorità che
pagheranno e borghesia e proletariato. Languite nella fame, negli stenti,
vegetate, bestialmente fecondando uteri in un pullulare di rampolli cenciosi,
sucidi, scrofolosi, rachitici.
Forza! Alzate in coro il vostro lamento vigliacco! Dite che avete fame.
Stendete la mano di fronte alla vetrina colma di gioielli. Fate, fate!
Lamentatevi della guerra, mentre siete voi i suoi autori e i continuatori
perché la sopportate! Ma io fuggo il vostro putridume che vorrebbe
insozzarmi. Superbamente solo, rompo le catene che mi avvincono a voi, e
mi separo dal gregge dei cani rognosi sommessi al pastore.
Solo vagherò per il mondo portando ovunque il mio odio e il mio
disprezzo.
Solo nella lotta. Solo nella vittoria, e solo nella sconfitta.
Le mie idee saranno il veleno che deve finire per intossicarvi e voi
tremerete davanti a me come davanti al Re, al supremo!
E intanto rido alla vostra ridda grottesca e sanguinosa, rido tanto che non
vedo più nessuno e mi pare che l’umanità sia un’immensa piaga cancerosa
che continuamente sgorga marciume denso e puzzolente. E questa piaga si
muove, si agita, si copre di croste che poi scompaiono per poi dar posto a
un altro sgorgo di materia puzzolente….
E io rido, rido!
* * *
Vecchissimi ruderi di un sentimentalismo ormai tramontato, e che v’ostinate
nel vostro muffoso ideale? Non udite la vita che rombando incalza ed
insegna?
Finora assorti in un placido sogno di pace, in un avvenire lucente,
combatteste così, cogli occhi spersi nella vostra illusione. Ma ora poniamo
un problema e voi dovete avere il coraggio di affrontarlo e discuterlo.
Vi poniamo il problema dell’essere o non essere.
Finora il vostro sogno fu l’altruismo, il sacrificio per l’umanità, per
l’avvenire. E così voi sacrificaste tutto il vostro essere in questa inversione
intellettuale.
Che vi deve importare dell’avvenire?
Che vi deve importare il progresso del popolo?
Poiché voi che vi dite anarchici, siete sicuri d’ingaggiare una battaglia per
voi, già persa a priori, perché voi non vedrete certo una società come la
sognate, e se anche il popolo si ribellerà le condizioni sociali per voi non
possono cambiare, e la vostra ribellione dovrà continuare.
Quindi a che pro scendere tra una massa che non può seguirvi poiché le sue
condizioni sono tali da rendervi inintelligibili presso loro? Se voi siete
ingegni ribelli come dite di essere, non dovete sostituire all’abnegazione
cristiana, all’asservimento patriottico, l’altruismo dell’anarchico che si
sacrifica per un avvenire che non vedrà, e per della gente che non vi segue.
Dovete riconoscere che nati in una società per noi perniciosa, noi ribelli
siamo in realtà i maggiori schiavi. Schiavi dell’evoluzione noi permettiamo
che per mezzo del nostro sacrificio l’umanità faccia un piccolo, minuscolo,
passo. E questo almeno bastasse; ma visto che il progresso è incessante e
quindi inutile, che la società raggiunta la forma sociale da noi propugnata
non potrà lì fermarsi, ma bisognerà che proceda verso uno scopo che oggi
non possiamo assolutamente neanche immaginare, così bisogna convenire
che questo nostro affannarsi è assolutamente senza scopo.
Così noi osserviamo che le più forti e migliori energie d’ogni epoca sono
sfruttate da questa immensa piovra che è l’umanità.
Socrate, Cristo, Bruno e un’immensa coorte di grandi pensatori sono stati le
vittime di questo moto ascendente, dannoso per chi lo aiuta e inutile per chi
lo subisce. Poiché è naturale che gli schiavi di Roma essendo nati in
quell’epoca erano contenti della loro condizione come i salariati d’oggi.
Contentezza, intendiamoci, relativa, formata da rassegnazione, viltà,
ignoranza, ecc. ecc. Difetti che la massa avrà sempre in minore o maggior
dose perché gli aggruppamenti sono sempre inferiori agli individui.
I popoli sono conservatori: si contentano della società che trovano. Le
minoranze sono novatrici invece e si ribellano quindi. La massa col suo
peso bruto frena l’azione rivoluzionaria e la subisce.
Si abitua al nuovo stato di cose, vi si imputridisce finché una nuova volta la
minoranza si ribella.
Ed è per tutto questo gioco di equilibrio che io devo soffrire?
Io che ho forza e coscienza per essere motore di me stesso, non voglio
essere la piccola rotellina che viene dai pesanti ingranaggi sociali travolta,
annichilita.
Ribelle, perché oggi la società m’opprime e vuole impedire la libera
espansione del mio essere, io adopero tutte le armi per combattere.
Ribelle contro la massa che anch’essa mi è nemica con le superstizioni,
morale, degradazione, ecc.
Pure contro la massa combatto.
Solo in lotta per la MIA redenzione, per la MIA libertà, per il MIO
presente.
Di tutto il resto me ne infischio.
Trionfi il prete, mieta l’alcool, massacri il governo, non me ne importa
perché non mi tocca.
IO solo il mio IO difendo dagli attacchi.
E se nella lotta disuguale io cadrò, certo non solo, avrò la sublime
soddisfazione di essere insorto contro un mondo e di averlo battuto, se non
materialmente, intellettualmente.
Perché studiosi, scienziati, poeti, romanzieri, pittori, davanti a me il vostro
genio non vale. Voi siete un riflesso della vita, io sono l’essenza. E certo
sentirete in cuore il dolore atroce del veder crollare i rettorici castelli, e
malgrado tutto continuate a sostenerli per misoneismo.
E del resto fate bene.
Voi siete nati per strisciare, io volo.
Per voi il fango, per me le vette.
Per voi il pavido annichilimento, per me la sublimazione dell’essere.
E certo, se la vita è dei più forti, io l’avrò. Per poco, ma l’avrò. La prenderò
a forza e a forza le toglierò il bene e il godimento.
E voi, parodie, ombre di uomini: continuate nella vostra marcia nel buio.
Sulla mia via splende la luce.
Voi avete paura di essere: ecco la verità. L’uomo vero v’intimorisce. La
realtà malgrado il vostro retoricume vi spaventa. E sognate, sognate.
Io vivo.
Voi non siete; io sono.
Ho risolto il problema. Urlatemi dietro…
* * *
“Vorrei sdraiarmi su un soffice odoroso letto di rose…”.
“Guarda alle spine” mi gridano.
“E che me ne importa? Poiché nella vita le spine non mancano, preferisco
quelle delle rose che col dolore danno la gioia”.
+ + + + + 1
E sta bene. Voi leggendo potrete dire che la mia è prosa pazzesca, anormale;
come, pazzesche e anormali avete chiamate le mie azioni. Ma il vostro
giudizio non mi interessa affatto né io lo sollecito.
Voglio solo, per un indefinibile sentimento, che i cervelli superiori sappiano
il perché io mi slanciai nel buio, voglio che la mercenaria penna avversaria
non possa coprire il mio nome col pattume che è nel loro bagaglio. Io solo
sono il reporter di me stesso: sfuggo gli intermediari che potrebbero, in
buona o in mala fede, deformare le mie idee. E poiché probabilmente io non
potrò manifestarle, desidero che dopo la mia scomparsa si sappia come io
abbia deciso questa lotta alla società.
Affido quindi questi pensieri a una persona che ignora il mio progetto e che
lo renderà noto quando il sipario sarà calato.
* * *
È la nebulosità dell’universo che già con le sue tristi brume mi attrista? È
un’oscura fatalità che mi minaccia? Io non so quale sia il movente di questa
malinconia che su di me si abbatte dilettandosi a torturarmi, strappandomi
tutto quello che io mi illudo di amare e di credere.
Oh! La gioconda fede dei tempi trascorsi quando lietamente combattevo la
buona battaglia per l’Idea, senza timori, senza dubbi! Ora invece tutto mi
appare vano; per ogni dove scorgo l’oscurità densa e inscrutabile.
Tutto, tutto ho distrutto, ed ora sono rimasto solo coi miei pensieri tristi e di
tutto e di tutti dubitando. E sento questa necessità di espandere l’animo mio
su questa nuda carta che non ha fremiti all’apprendere la bufera che mi
tormenta.
Chi leggerà queste righe? Forse nessuno. Resteranno ignorate come ignoto
è per chi conosce l’affannoso mio pensare.
* * *
Stasera come al solito, stavo leggendo, quando un passo della lettura mi
colpì vivamente ed io allora per riflettere cessai dal leggere. Stavo appunto
cogitabondo, quando volgendo distrattamente lo sguardo per la camera vidi,
anzi mi vidi seduto sul letto. Non io, ma pure ero io, perché era
assolutamente come me.
Stupito guardavo in silenzio e anch’esso, l’altro io, mi guardava; ma con un
certo risolino ironico.
“Chi sei?” gli domandai.
“La tua ombra”, mi rispose. “Sono venuta qui per discutere un po’ !”.
“E discutiamo”, dissi, allettato da una così straordinaria avventura.
“Bene: perché sei anarchico?”.
“Ma perché oggigiorno siamo sfruttati, calpestati dai dominatori”.
“Rettorica, rettorica caro mio. Senti: tu sei anarchico, e non sai neanche tu il
perché. Io ho sempre visto questo: che in qualunque società ci sono stati
degli innovatori che finirono sul rogo, in croce, ecc…. Quindi questi
innovatori con tutti i loro sogni e i loro sacrifici fecero un buco nell’acqua,
perché è fatale che qualsiasi rinnovamento percorso da un individuo
qualsiasi, accada molto tempo dopo la morte del medesimo. E così accadrà
di voialtri anarchici. Voi morrete senza vedere attuato nulla del vostro
ideale, e le generazioni che verranno dopo di voi, viventi magari in regime
anarchico, aneleranno un Ideale più alto e per questo morranno alla loro
volta senza nulla ottenere. È un circolo vizioso, un eterno rincorrersi…”.
* * *
Mai come oggi le tenebre mi avvolsero. Ed accade difatti che dopo esser
vissuto per qualche ora circondato dal tepore del sole, quando questo si
eclissa un subito brivido di freddo ci scuote la persona.
Il freddo mi è entrato nell’animo che sogna un avvenire di tepore e che lo
vede lontanissimo o, come mi dissero, quasi irraggiungibile. Come sono
tristi queste parole. Dite alla rondine che volta alla ricerca della primavera
che essa non la raggiungerà mai; la vedrete piegare le ali smarrita,
sconfortata. Io non desisto, non piego. Chi sa che quell’albeggiare lontano
non possa raggiungerlo; chi sa?….
Il mio spirito è arido come un deserto, i miei occhi ardono come per febbre.
E mi pare che ad ogni tratto qualche cosa di spezzi dentro di me con uno
schianto lugubre. Chi, chi potrebbe descrivere ciò che sento? Non posso
farlo neppur io. A momenti sento la mia anima allargarsi, espandersi lieta,
fiduciosa. E poi d’un tratto raggrinzarsi subito, con un acutissimo dolore.
Che m’importa del mondo, degli uomini? Io non vedo più nessuno. I miei
occhi vedono solo una cosa, un albeggiare lontano. Tutto il resto è tenebra.
La natura che ride m’irrita poiché stride coi miei pensieri dolorosi e par che
quasi mi beffeggi. Vorrei che il cielo fosse tetro, lampeggiante come me in
questi momenti. Come il naufrago che si vede intorno la desolata vastità del
mare e trema della solitudine funesta, e spia l’orizzonte per vedere se una
vela amica si mostri, io pure, smarrito in un’immensità paurosa, mi sento
solo, dolorosamente solo. Ma non mi lascerò vincere dai flutti. Solcherò il
mare colle mia braccia vigorose alla ricerca, viatore stancabile ed ardito.
Fluctuat in porto. Il motto latino mi sprona, ed io come il nocchiero fisso il
faro che lontano lontano rompe la nebbia col suo fascio di luce. Voglio,
voglio! Non vi saranno ostacoli che me lo impediranno, né scogli, né
infuriare di libecci. Io sarò forte, io arriverò. Come la carovane arabe
s’accingono alla traversata del Sahara e guardano l’immensità sabbiosa che
dovranno attraversare, con l’ansia di restar per via, e vanno, vanno, vanno,
sotto le vampe del sole, fra l’infuriar del simun, assetati, affamati, stanchi,
accanto ai gibbosi cammelli che allargano le nari per rubare un po’ di
frescura all’aria secca, con la visione fissa assillante di una snella candida
moschea d’onde il muezzin saluta la Mecca alla sera, di una cittadina fresca
dove riposare, così pure io vado, vado, vado con una visione unica negli
occhi. Instancabile procedo, con la gola serrata e con tutta una tempesta in
me. Se ciò che sento si potesse tramutare in vento, io passerei come una
bufera devastatrice distruggendo tutto sotto i miei soffi violenti. E vado, e
vado. L’anima geme, le palpebre mi si serrano; sento un bisogno di pace, di
riposo, una lusinga a restare così sulla sabbia, svanire, scomparire sotto il
sole, ritornare nel nulla. Verrebbero gli sciacalli e farebbero festino del mio
corpo, lasciando solo biancheggiante il mio scheletro, come una muta ironia
alla vita.
Ma io insorgo, uccido il germe di pace e proseguo. Arriverò perché voglio.
E se non arrivasi? Allora il deserto s’impadronirebbe di me.
* * *
Sono ammalato dello stesso male di Nietzsche e mi dispiace confessare di
avere qualche cosa in comune con uno di questo o dell’altro mondo. Sono
irrequieto, nevrastenico. Alla tempia ho un ferreo cerchio che mi stritola il
cranio, e gli occhi stanchi di sogni mi martellano nelle occhiaie gonfie e
sanguigne. Sono destinato a passare ramingo come una invisibile meteora
traverso questo mondo. Appunto perché superiore dovrò vuotare tutto il
calice dei dolori e dello sconforto senza che la gioia mi allieti. Ma l’aspra
ebrezza di librare al calice dei dolori è un superbo godimento che solo chi
sfida incurante la sorte, solo a chi da sé stesso con le proprie mani si
straccia a brandelli l’anima è dato degustare. Anch’io talvolta agogno si
l’altro calice, quello della gioia, per bagnarvi le mie labbra avide, ma esso
fuggì ed ora giorno per giorno si fa più spaventoso il baratro che mi divide
dagli altri. Chi verrà a me? Chi avrà il coraggio di sorvolare la voragine per
udire le mie verità, per sperdere un poco la mia tristezza? Chi?….
Ieri nel colmo della mia stanchezza mi giunse una cartolina da una ignota.
Tre viole che con la gaiezza del pensiero e del simbolo mi rallegrarono un
po’: dodici parole che mi fecero sognare piacevolmente.
Ringrazio l’ignota del suo pensiero e della sua misteriosità che mi permise
di slanciarmi di volo sul cavallo alato della chimera. Ignota gentile, dove
sei? Forse nell’Andalusia passionale, o nella gaia Francia? Chi sa? Chi sa
che il raggio di luce sia ella, l’ignota!…
No, impossibile.
Intorno a me grava la tenebra fitta, paurosa.
Io non penso, non parlo, ma desidero il sole, la luce….
* * *
Vagabondo per la vorace città mi immergo nel fragore della vita per
uccidere un germe di melanconia che si fa strade entro me.
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